Una notte in minigonna

Dalla Salaria alla Cristoforo Colombo, tanti clienti, nessun controllo

di FLAVIA AMABILE

Quello che ci vuole è innanzitutto uno slargo. Per andarmene in giro con una minigonna nella notte romana e vedere l’effetto che fa, non basta una strada trafficata e un po’ periferica. Devo trovare un posto dove farmi vedere a distanza, e lasciare a chi vuole il modo di fermarsi. Sulla Salaria ce ne sono tanti di luoghi così, in genere ci sono anche prostitute a volontà: venti, trenta, di venerdì e sabato anche di più. Mercoledì sera era il deserto. Dal centro fino a Settebagni ne vedo una, mezza nascosta sotto un cavalcavia.

Tutto sommato, meglio così: posso scegliere lo slargo che più mi piace. Inizio a passeggiare con la mia minigonna sufficientemente mini, le braccia scoperte, anche se fa un freddo della malora.

Cinque minuti dopo si ferma il primo. Arriva sicuro, auto bianca e d’annata, abbassa a mano il finestrino destro, mi guarda: «Quanto?». «Quanto cosa?», rispondo. «Quanto vuoi?». Gli dico che si è sbagliato e lo mando via.

Continuo a passeggiare. Altri cinque minuti e arriva il secondo. Auto blu, da rottamare, solito finestrino aperto a mano. La prende alla larga. «Vuoi qualcosa?» «Perché?», rispondo. «Perché se ti va ti do un passaggio».

E’ trascorsa una ventina di minuti da quando passeggio avanti e indietro tra un segnale stradale e un cavalcavia mandando via potenziali clienti, quando vedo arrivare un’auto scura con la sirena: i carabinieri. Oltre a indossare gli abbigliamenti, assumo anche atteggiamenti e comportamenti che manifestino inequivocabilmente l’intenzione di adescare, come recita l’ordinanza 242 del comune di Roma che vieta la prostituzione in strada e anche gli abiti indecorosi. I carabinieri tirano dritti. Evidentemente non manifestavo in modo abbastanza inequivocabile le mie intenzioni.

Si fermano altri due, più discreti. Il primo è un romeno, giovane e timido. L’avevo notato già da un po’ di tempo alla fermata dell’autobus, una cinquantina di metri più in là. Me lo vedo spuntare ad un certo punto alle mie spalle. Avanza con aria incerta fino a fermarsi davanti a me. Dice di chiamarsi Marcello e mi chiede se sono io la ragazza con cui ha appuntamento. Spengo le sue speranze e lo seguo con lo sguardo mentre si riavvia tristemente verso la fermata. Il secondo è un camionista: ha fatto quattro volte il giro della strada prima di fermarsi a una certa distanza e restare lì a marcarmi con un’espressione di possesso negli occhi ma senza dire nulla. Sarà il più anziano dei miei potenziali clienti, di sicuro italiano, sulla cinquantina.

Sono passati tre quarti d’ora: se fossi stata una prostituta avrei potuto avere già due-trecento euro in tasca. Senza alcun controllo.

Cambio posto. Sempre sulla Salaria, ma all’altezza del bivio per via della Conca d’Oro. Lo slargo c’è, il traffico anche. Passeggio. Cinque minuti poi, subito, il primo: un extracomunitario: . , sparo. Prova a contrattare: . Gli faccio segno di andarsene. Poco dopo, il secondo, romano. «Ma lo sai che c’è la polizia?», gli dico. Non si guarda nemmeno intorno. «La polizia, embé?». «E se ti fa la multa?», dico. «Multa? A chi? Quanto vòi?».

Se la Salaria è deserta, tranquilla, sulla Tiburtina l’atmosfera è pesante. Qui gli slarghi sono gli ingressi alle fabbrichette della zona. Le ragazze ci sono, le vedo sedute su aiuole senza quasi più erba davanti a robusti cancelli in metallo. Le vede anche una volante della Polizia che passa oltre. Sembrano tutte dell’Est, russe, romene, forse qualche polacca. Sono a gruppi di quattro-cinque, tutte vestitissime: jeans attillati, maglie, non hanno un centimetro di pelle scoperta. Osservano con fastidio la mia minigonna.

Scelgo uno slargo vuoto e abbastanza in vista. C’è anche un metronotte davanti al cancello d’ingresso. Inizio a passeggiare. Le persone passano, qualcuno si ferma, prova a iniziare la contrattazione, ma avverto qualcosa di strano. Dall’altro lato della carreggiata sfreccia un’auto grigio- metallizzato ancora luccicante di carrozzeria. Mi urlano qualcosa di poco gradevole. E’ un segnale. Dopo un po’ dal nulla appaiono due ragazzone, una bionda ossigenata, l’altra scura. Devono essere uscite dal cancello della fabbrica perché non le ho viste arrivare dalla strada. Si avvicinano.

«Che stai facendo qui? Lavori?» «No, non sto lavorando, state tranquille», rispondo. «E allora che fai?», chiede la bionda ossigenata. «Fatti miei», rispondo. «Questo posto è mio», fa lei in tono minaccioso. «Non te lo tolgo, lavora pure» le dico. L’amica, in russo, sperando di non farsi capire, le dice che sono della polizia. La bionda mi guarda, scettica: «Chi sei?». «Da dove vieni?», rispondo. A quel punto la ragazza dai capelli scuri fa segno alla bionda di andare. «Guarda che se fra dieci minuti torno e sei ancora qui a lavorare sono problemi, capito?» mi avverte la bionda allontanandosi. Il metronotte nella sua auto legge il giornale.

Uno dei luoghi più noti della Cristoforo Colombo per gli esperti del settore, è piazza dei Navigatori. Lì si sistemano le trans, a decine ogni notte. L’effetto dell’ordinanza sembra farsi sentire: il piazzale è vuoto. Ma basta fare un giro nelle strade interne per trovare le ragazze e anche le trans. I clienti le fanno salire e partono in fretta, di forze dell’ordine nessuna traccia. Mi sistemo un po’ dopo la Fiera di Roma. Lo slargo c’è, il passaggio anche. Passeggio. Arriva un gruppo di quattro ragazzi. Avranno una ventina d’anni. O sono ubriachi, o hanno tirato di coca. Si fermano, mi guardano: li mando via subito. E’ l’una passata.

Decido di aspettarne ancora uno e poi di andarmene anch’io. Lo vedo da lontano, ha un’auto bianca, anche lei d’annata. Fa mille giri prima di trovare il coraggio di fermarsi. Abbassa il finestrino, lo vedo bene in viso: è italiano, sulla trentina, gli occhiali spessi. «Quanto?» «C’è la polizia, stai attento». «La polizia? E vabbé, c’ho anche il garage. Quanto?».

All’una e un quarto sono sulla strada di casa. Nessun carabiniere, poliziotto o vigile mi ha fermata. Con un po’ di pelo sullo stomaco, e soprattutto di disperazione, cinquecento euro li avrei rimediati.

da La Stampa

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Pubblicato da

diarioelettorale

Webmaster, divulgatore e commentatore non compulsivo.

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