Una donna ivoriana in attesa dello status di rifugiato non ha potuto allattare il neonato

Parto in corsia, agenti fermano immigrata

Al Fatebenefratelli di Napoli. Il legale: applicano una legge che non c´è

di Conchita Sannino

NAPOLI – Voleva solo partorire il suo bambino. Si è ritrovata invece, dopo poche ore, con le forze dell´ordine richiamate in corsia da qualcuno dell´ospedale, forse un assistente sociale. Ha visto gli agenti che bussavano alla sua stanza di degente per la notifica di un ordine urgente: «Presentarsi in questura per l´identificazione». Ed è finita che quella madre ivoriana, ufficialmente “in attesa di status di rifugiato politico”, non ha potuto allattare il suo neonato, Abou, per una decina di giorni, fino a quando non è arrivata dagli uffici dell´Immigrazione la conferma che il suo fascicolo esisteva davvero, e che quella donna non aveva raccontato frottole, né fornito falsa identità.

Tutto incredibile, eppure vero. Proprio come se la controversa norma inserita dalla Lega nell´ambito del pacchetto sicurezza, quella che invita i medici a denunciare i pazienti senza permesso di soggiorno, fosse già entrata in vigore. Assaggio di una deriva annunciata. L´allarme lanciato da centinaia di specialisti in tutta Italia persino con petizioni inviate al capo dello Stato, il nodo dei “medici-spia” che ha infiammato il Parlamento spaccando perfino il gruppo dei deputati Pdl, è già cronaca. Un caso unico. Che crea scandalo. A Napoli. Una vicenda rimasta sotto silenzio per alcune settimane.

Avviene nel quartiere Posillipo, la città d´elite. Nell´ospedale retto da un ordine religioso, il Fatebenefratelli. Il 5 marzo scorso. Storia di Kante, giovane madre della Costa d´Avorio, 25 anni, vedova di un marito assassinato sull´uscio di casa nel 2005 nella loro città d´origine, Abidjan, in attesa da anni del riconoscimento dell´asilo politico. Kante vive ora alla periferia nord, un buco nell´alveare di Pianura, il quartiere della guerriglia sui rifiuti. Di aspetto fragile, sguardo spento dietro le numerose battaglie affrontate, Kante racconta: «In ospedale ci hanno chiesto i documenti, non gli è bastata la fotocopia del mio passaporto, mentre l´originale era trattenuto dalla polizia per la mia richiesta in corso. Non gli è piaciuta neanche la richiesta di soggiorno ormai scaduta. E per oltre 10 giorni mi hanno tenuta separata dal bambino». Undici giorni è rimasto il piccolo Abou in ospedale: «Non lo hanno dimesso, non me lo hanno dato, fino a quando la questura ha confermato la mia identità. Ho temuto che me lo portassero via, che non me lo facessero stringere più tra le braccia». Neppure il padre del bambino, Traore Seydou, un falegname di Costa d´Avorio che qui si arrangia a fare il manovale in nero, ha ottenuto che venisse dimesso: «Non ero presente al momento del parto – dice – E quindi il piccino è stato registrato con il nome della madre. “Non possiamo consegnarlo a te”, mi hanno detto in ospedale. D´altra parte anche io sono senza permesso di soggiorno, in attesa che venga accolta la mia richiesta di asilo politico».

Ma a ricostruire e denunciare la vicenda anche al Parlamento europeo è l´avvocato Liana Nesta, già avvocato di parte civile in alcuni importanti processi antimafia, al fianco delle famiglie di vittime innocenti. «Siamo di fronte a un caso illegittimo, di assoluta gravità», spiega. «Delle due l´una – aggiunge l´avvocato – o nell´ospedale napoletano Fatebenefratelli c´è un medico o un assistente sociale più realista del re che ha messo in pratica una legge non ancora approvata da questa Repubblica; oppure qualcuno ha firmato un abuso inspiegabile ai danni di una madre e di una cittadina. Conservo copia del fax partito dalla direzione amministrativa dell´ospedale, proprio nel giorno in cui partoriva la signora Kante, e indirizzata al fax del commissariato di polizia del quartiere».

da “La Repubblica” mercoledì 01 aprile 2009

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diarioelettorale

Webmaster, divulgatore e commentatore non compulsivo.

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